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Canale Press

Giovedì 30 Giugno 2005
Dalla Sardegna arriva una generazione di talenti come mai si era visto
CHIAMATELA PURE NOUVELLE VAGUE MEDITERRANEA
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DA LO SPECCHIO SUPPLEMENTO DELLA STAMPA DEL 14 MAGGIO 2005
di Alfredo Franchini

Scrittori, musicisti, cineasti. Dalla Sardegna arriva una generazione di talenti come mai si era visto. Fenomeno etnico? Al contrario...

Una montagna di carta, un mondo di suoni e di colori. Gli artisti sardi stanno vivendo un momento particolarmente felice che, per quanto riguarda l'editoria, s'è tradotto nella pubblicazione da parte delle 45 case editrici regionali di circa 250 titoli in un anno: 41 mila pagine, secondo l'Istat, per descrivere i cambiamenti della Sardegna. Sono gli ultimi dati, relativi al 2002, e tutto lascia supporre che nel frattempo il fenomeno sia ulteriormente cresciuto. Ma al di là del dato quantitativo, il fatto nuovo è che la cultura sarda ha varcato i confini dell'isola con i suoi scrittori di punta: Salvatore Niffoi, il primo autore dopo Salvatore Satta, a pubblicare per Adelphi, l'ex magistrato Salvatore Mannuzzu, vincitore di un premio Viareggio con Procedura, e ancora Marcello Fois, Giorgio Todde, Flavio Soriga, Luciano Marrocu, Giulia Clarkson, Massimo Carlotto, principe del noir, e per finire Milena Agus, che ha appena pubblicato il suo primo romanzo.

QUANTI PREGIUDIZI CADUTI
Per rimanere sulle statistiche, la concentrazione di in Sardegna è tale che, per densità, è come se i tre quarti degli autori italiani fossero concentrati in un solo quartiere di Roma. Peppino Marci, docente dell’Università di Cagliari, autore di una storia della letteratura sarda, però, non si meraviglia: «La Sardegna ha sempre avuto numerosi scrittori sin dal Settecento quando i residenti erano poche centinaia di migliaia e tra loro c'erano cinque scrittori. Nel Novecento c'è stato un premio Nobel con Grazia Deledda e sono stati pubblicati due romanzi come Paese d'ombre di Dessì e Il giorno del giudizio di Satta che sono sicuramente tra i primi 25 libri da salvare per quanto riguarda il secolo scorso».

Il boom attuale della letteratura sarda dipende forse dal fatto che i sardi, per la loro storia, hanno sempre avuto l’abitudine a usare lingue differenti e ora che sono caduti tutti i pregiudizi sull'uso dei dialetti possono descrivere con ampia libertà linguistica l'isola che cambia. Certo tutti gli autori di successo devono un tributo a Sergio Atzeni, scomparso dieci anni fa nel mare di Carloforte, e scoperto con colpevole ritardo dagli studiosi e dai critici letterari. Ma i suoi libri, su tutti Il quinto passo è l'addio e Passavamo sulla terra leggeri, si collocano tra quelli dei migliori scrittori nazionali.
Atzeni è stato un caposcuola: le sue opere ripercorrono la storia e la cultura sarda, esperienze di vite semplici, con invenzioni di fantasia, raccontate in un italiano contaminato dal sardo in una sperimentazione che porta a un linguaggio sempre differente nei suoi libri. Lo scrittore, infatti, a ogni romanzo chiudeva una pagina della sua storia personale per aprirne un'altra e i racconti di Atzeni sono stratigrafie della società sarda di ieri e di oggi con un senso della storia che si ritrova, per esempio, nel primo libro di Gianni Marilotti, La quattordicesima commensale, con il quale lo scrittore esordiente ha vinto nel 2003 il premio Calvino: l'esperienza di una studentessa barbaricina nella realtà torinese degli anni Settanta.
La visione storica applicata alla Sardegna attraverso i suoi personaggi è però un tratto che è stato seguito da pochi; in tanti hanno scelto una condizione più vicina a quella americana, preferendo raccontare la società attuale vedendola in azione, senza retaggi. Ed è su questo che hanno puntato le case editrici sarde: piccole ma aggressive e con fatturati in crescita, come Il Maestrale e l'Ilisso di Nuoro. «La nostra editoria è ormai matura e pronta a misurarsi con il mercato», afferma Mario Argiolas, presidente dell'Associazione degli editori sardi alla guida della Cuec, l'editrice dell'Università, «e ne sono una riprova gli accordi stipulati con molte librerie nazionali per la costituzione dello scaffale sardo». Un ruolo fondamentale quello dei piccoli editori che, tra l'altro, hanno avuto anche il merito di pubblicare quegli autori che oggi sono sotto contratto con le grandi case editrici nazionali.

Dunque uno dei punti di partenza è stato quello della lingua e c'è da fare una distinzione netta tra gli scritti in lingua italiana (adoperata da tutti gli autori citati sopra) e quelli in lingua sarda. Dopo aver battagliato per decenni sul problema del sardo, e stabilito, infine, da tutti che si tratta d'una lingua vera e propria, c'è stata anche la consapevolezza che una lingua decade a livello di dialetto o assurge a un'altra dignità solo per motivi storici e politici: insomma la storia dei vinti e dei vincitori. Del resto il portoghese era un idioma iberico ma dopo la conquista del Brasile s’è dovuto parlare di una lingua… Il sardo è un elemento portante dell'identità, della specialità d'una regione, ma lo scrittore Gavino Ledda, la cui storia raccontata in Padre padrone, fece il giro del mondo, ha risolto ogni dubbio in questo modo: «Scrivere in italiano o in sardo non vuole dire nulla. L'unica cosa importante è che la lingua non sia adoperata per leccare i potenti...».
Un altro fattore decisivo per il boom dell'editoria sarda è stata la riscoperta del noir. Dopo Luciano Marroccu, maestro del giallo storico, Massimo Carlotto diede il via al noir con il racconto della sua vicenda personale (Il fuggiasco) e l'esperienza del carcere. In molti hanno poi optato per la scelta del giallo: da Marcello Fois, che è il più prolifico e il più venduto nelle librerie della Penisola, allo scrittore-oculista Giorgio Todde per il quale ogni volume è un best seller in Sardegna.
Chi rifiuta l'etichetta di giallista è Salvatore Niffoi: «Scrivo per trasmettere il male di vivere», spiega, «la mia Sardegna non ha speranza, racconto il mio microcosmo, la Barbagia, che ha il record di suicidi, di etilismo, di depressione. I miei personaggi non sono avulsi dalla realtà, sono pezzi di carne dell'autore. Per la letteratura sarda si parla di rinascimento ma attorno c'è degrado». E se per dirla con Balzac si capisce di più da dieci pagine di un buon romanzo che da dieci libri di storia, i libri di Niffoi sono un concentrato di verità. Spiega Peppino Marci: «Se per il noir c'è una tendenza forte in campo internazionale, in Sardegna c'è una marcia in più ma non si deve dimenticare che nel racconto avevamo già la tradizione del bandito con storie narrate da più punti di vista. E del resto in Canne al vento non c'è la storia di un omicidio misterioso?».
Nessuno può dubitare che la Deledda, premio Nobel nel 1926, sia stata fondamentale per lo sviluppo della narrativa d'ambientazione sarda ma un fatto è certo: sul noir tutte le case editrici medio-piccole hanno costruito intere collane. Tutto questo senza trascurare il campo della saggistica che è considerata dagli editori come una sorta di locomotiva: un settore che prospera grazie alla specialità della regione Sardegna, all'attaccamento alle origini, alla storia, alle tradizioni. Un settore che ha un maestro indiscusso nell'archeologo di fama mondiale Giovanni Lilliu. Le contaminazioni di una lingua con un'altra la fanno da padrone nei libri dei contemporanei. Un po' quello che è successo alla musica, uno degli specchi più evidenti della storia di un popolo: emigrazioni, invasioni, scambi culturali, stranieri che lasciano tracce e disegnano il suono di una Nazione e lo plasmano nella lingua, nell'atteggiamento e nella musica. «La Sardegna è un piccolo continente», afferma lo storico Francesco Cesare Casula, «dal 6 mila avanti Cristo ha vissuto momenti di splendore ma anche di totale isolamento. Sino alla scoperta dell'America era inserita in un circuito di cultura e civiltà mediterranea, ma il mare era ancora un mezzo di comunicazione. Adesso è ai margini, vista come una cartolina buona per il turismo estivo. Oggi la Sardegna è scomparsa persino dai libri di testo della scuola».

Il lavoro di contaminazione che attraversa molti romanzi sardi, s'inizia proprio nel campo musicale: tutta la «colonna sonora» del Mediterraneo è arrivata a noi solo con la tradizione orale secondo un meccanismo che intendeva conservare le cose in modo schematico; le note che non potevano essere registrate s’imparavano e si trasmettevano oralmente. «Provate a fare lo spelling di una parola in dialetto», spiega il musicista Mauro Pagani, «è quasi impossibile perché in quel caso è ancora un concetto ironico, una parola non divisa in sillabe e che ha un suono». Una tradizione che in Sardegna è rimasta incontaminata per anni e che solo adesso si è aperta con la generazione di musicisti come Elena Ledda che fonde attraverso una straordinaria voce l’antico e il nuovo, Mauro Palmas e Paolo Fresu virtuoso del jazz. Chi volesse una testimonianza può vedere l’ultimo film di Gianfranco Cabiddu, Passaggi di tempo, titolo scelto per rendere omaggio a Fabrizio De André che aveva individuato nella Sardegna un suo punto di riferimento. Un film che cuce vari momenti culturali attraverso la tradizione e la musica.
Un cinema giovane quello sardo, ma ben sviluppato attraverso registi come Salvatore Mereu, autore del pluripremiato Ballo a tre passi, Gianfranco Cabìddu (Il figlio di Bakunin e Disamistade) e l'emergente Peter Marcias che lavora sui cortometraggi, tutti impegnati a spiegare la tradizione sarda ormai contaminata come nel romanzo e nella musica. E non è un caso che da molti anni in Sardegna si tengono diversi festival di rilevanza nazionale che attraversano tutte le arti: il primo fu Jazz in Sardegna a Cagliari (da cui sono passati tutti i maggiori musicisti), l'ultimo in ordine di tempo quello di Gavoi che si tiene in agosto e cuce cinema e letteratura con un'originale formula che coinvolge l'intero paese, per arrivare al Time in jazz di Berchidda, ideato da Paolo Fresu. Un evento che quest'anno compie i 18 anni e per l'occasione, dall' 11 al 15 agosto, unirà cinque giorni intensi con musica, cinema, arti visive, un tributo di Danilo Rea a Fabrizio De André, e persino gare di poesia in lingua sarda.

Forse non si può parlare di una vera e propria scuola né per i registi, né per gli scrittori, né per i musicisti ma c'è di sicuro un'unità d'intenti che lega gli autori sardi molti dei quali non dimenticano che l'artista dev'essere necessariamente un anticorpo che la società si crea contro il potere. E per questo non può integrarsi, magari esprimendosi in modo perfetto piuttosto che nella lingua del popolo che, come diceva Pasolini, è il dialetto.

Alfredo Franchini
Specchio: supplemento al numero de La Stampa del 14 maggio 2005.

 
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